Verona scaligera: storia

Verona scaligera: storia
Verona Scaligera, Viscontea e dei Carrara
Con Mastino della Scala si passò in forma non traumatica da comune a Signoria. La signoria fu di tendenza Ghibellina e popolare. Durò dal 1262 al 1387. Nel 1267 fu a Verona per sancire l’alleanza Corradino di Svevia. Il Papa Clemente IV colpì con la scomunica Corradino, i suoi aderenti e la stessa città di Verona. Fu un duro colpo che mise in difficoltà gli alleati. Nel 1267 furono ritirate le scomuniche con un prezzo di sangue alto. Furono catturati a Sirmione circa 170 Vescovi, preti e perfetti Catari che furono imprigionati e posti al rogo.

In Italia i Catari erano Ghibellini in opposizione ai Guelfi papisti. Nonostante un battesimo di sangue siffatto, la Signoria ebbe una discreta struttura democratica. La base dell’ordinamento era il Consiglio Maggiore costituito da 500 cittadini scelti annualmente dal Signore. È nello Statuto Albertino, fatto da Alberto della Scala la codifica fatta per tutta l’organizzazione di governo per Verona. Fu un periodo florido per Verona con scaramucce con i comuni guelfi dei dintorni. Ad Alberto succedettero Bartolomeo della Scala, Alboino della Scala e Cangrande della Scala. Cangrande fu Signore illuminato e rispettato, divenne capo della Lega Ghibellina. A Cangrande Dante dedicò la III cantica della Commedia e sperò che questo principe, per lui, geniale valoroso e potente, potesse realizzare il suo ideale politico. Alla sua morte il potere passò al nipote Mastino II della Scala che porto la signoria fino a Pontremoli e sul Mar Tirreno.

Fu l’inizio della decadenza, sia politica sia economica. La decadenza ebbe un inizio brusco nel 1337, quando una lega fra fra Venezia, Firenze, Milano, Mantova ed Este si portò in guerra fino sotto le mura di Verona e portò alla cattura di Alberto II. La guerra si concluse dopo due anni, rischiando la fine della Signoria scaligera. Solo una accorta manovra che coinvolse con prezzi alti Lodovico il Bavaro e una gestione di paci separate con i contendenti, Mastino II riuscì a salvare la Signoria con un forte ridimensionamento territoriale: Verona, Vicenza, Parma (persa successivamente a favore di Azione da Correggio) e Lucca (separata dal territorio, indifendibile e pertanto venduta a Firenze). Si creò con Mastino II una situazione ambivalente, una città da una parte sconfitta, sotto il peso di costi altissimi per il ridimensionamento e nuovamente divisa da discordie fra le famiglie influenti con l’altro aspetto di essere luogo di rifugio di numerosi esuli.

Per via di parentele con Lodovico il Bavaro divenne una sorta di protettorato, tempi in cui gli scaligeri avevano sempre meno potere ma, ironia della sorte, eressero i monumenti che più li ricordano: Castelvecchio, il ponte scaligero, le Arche Scaligere. Mastino II morì nel 1351 e la Signoria passò ai figli Cangrande II della Scala, Cansignorio della Scala e Paolo Alboino della Scala. Il primo detto Can rabbioso fu quello che esercitò il potere. Si comportò come alcuni dittatori moderni, ammassò ricchezze fuori Verona per i figli tutti illegittimi, impoverendola, ed ebbe scontri interni fino alla sua morte nel 1359 per mano del fratello Cansignorio, il quale rientro signore di Verona con l’aiuto dei Carrara di Padova. Cansignorio governò in una relativa pace e abbellì Verona al punto di farla soprannominare Marmorea fece il primo ponte in muratura sull’Adige, il ponte Navi, e pose il primo orologio su una torre in Italia, la torre del Gardello, mosso con meccanismi ad acqua.

Prima della sua morte, nel 1375, ordinò di uccidere il fratello Paolo Alboino al fine di garantire la successione ai figli illegittimi Bartolomeo Il della Scala ed Antonio della Scala, allora adolescenti. Entrarorono in una sorta di protettorato dei Visconti, Bernabò Visconti invase il territorio scaligero reclamando l’eredità per la moglie Regina della Scala sorella di Cansignorio e successivamente permise il governo ai due fratelli in cambio di un tributo. Bartolomeo Il governò con moderazione e fu a sua volta ucciso dal fratello Antonio nel 1381, che mise a ferro e fuoco la città per dimostrare l’inesistenza del fratricidio.

Pochi anni dopo Antonio, nel 1387, fuggì e la città passò sotto il controllo diretto dei Visconti consegnandosi da parte dei cittadini speranzosi di trovare la pace. I 15 anni di dominio di Gian Galeazzo Visconti furono terribili per la città. Fu fortificata specialmente con il rinforzo delle mura chiamate allora viscontee, in provincia a Borghetto di Valeggio sul Mincio fece lo stesso. Modificò quasi tutte le strutture democratiche della città e represse nel sangue rivolte. Alla morte del Visconti nel 1402 la città passò sotto il dominio dei Carrara di Padova. Solo tre anni, che portarono alla fine anche della signoria padovana. Forse finì con i Carrara la temporanea maledizione che avvolgeva Verona in quei tempi.